IL MONDO DI JOE TILSON

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Ogni artista elabora nel tempo una personale “calligrafia espressiva” sempre riconoscibile, indipendentemente dai riferimenti ideativi, dai procedimenti e dai materiali utilizzati.

Joe Tilson ha realizzato un suo particolare codice linguistico e accumulato un vasto repertorio iconografico di cui si serve nelle sue opere, attingendo senza inibizioni a molteplici fonti ed a diverse sollecitazioni emotive e culturali.Ecco allora il cielo blù e le stelle, le scritte evocative e la colomba, una decorazione pavimentale e le architetture di Venezia,in un repertorio immaginativo nel quale compaiono anche riferimenti simbolici come l’uva e la mela, la spiga e il melograno. O gli elementi maturali come la Terra, il Fuoco, L’Acqua e l’Aria

Citazioni la cui rigorosa organizzazione nello spazio pare provenire dalla grande lezione di Mondrian.

E’ dunque evidente che Tilson, formatosi nell’esperienza del gruppo inglese della Pop Art, sa bene che “ogni espressione dell’arte nasce necessariamente dalla storia dell’arte”. Non teme la “decorazione” perché, come nel caso dell’Hungaria, la considera una pura fascinazione visiva. E non ha timore di alimentare il suo immaginario attingendo a culture diverse, anche minori o lontane. Perché è consapevole che ogni segno e ogni colore sono “portatori” di altri segni e altri colori, e dunque di altre immagini stratificate nella storia dell’arte, e che risultano perciò sempre contemporanee. Tilson appare allora come un artista riflessivo che ha a che fare con la storia e la memoria, il rito e il mito, un viaggiatore alla ricerca di se e del mistero della vita.

Enzo Di Martino

Venezia, aprile 2015

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